Giovedì 4 maggio 2017- Nilo Gioacchini e Made in Sipario



Giovedì 4 maggio 2017, nell’ambito del COSè Festival, si è tenuto un incontro durante il quale il Designer Nilo Gioacchini ha raccontato la sua esperienza di collaborazione con Made in Sipario. Made in Sipario cercava un’idea per fare un salto di qualità e, tramite la mediazione di ADI, nella persona della presidente della sezione Toscana Pela Gianni Falvo, il suo appello ha raggiunto Nilo Gioacchini, designer di grande esperienza e grande cuore, che ha accettato di fare un pro bono e studiare una linea di alta gamma che valorizzasse il lavoro dei nostri Artisti Speciali.

Abbiamo registrato e poi sbobinato il suo intervento:

Nilo e Perla in Laboratorio

 

Sono un designer senior: sono iscritto ad ADI dal 1968. Al tempo lavoravo a Milano presso lo studio di Marcello Rizzoli, il designer della Olivetti, e lì mi sono formato, mi sono addestrato a questa professione che è una professione complessa, la più bella del mondo, ma non certo facile.

Quando Perla mi ha fatto la proposta di un pro bono per la coopertativa Made in Sipario onlus ho sentito subito che dovevo accettare e che la prima cosa da fare era visitare immediatamente il loro laboratorio. Dovevo capire. Non volevo sovrapporre mie idee su quelle che sono le qualità di Made in Sipario. Si trattava di catturare dei valori, delle energie. Ero preoccupato per due aspetti: la separatezza tra il mondo del design “normale” e quello che è il mondo del disabile ed il pietismo che viene abitualmente rivolto a questo mondo.
Io mi dovevo mettere di fronte a questa impresa con un atteggiamento vero.

Con Perla abbiamo selezionato il materiale dei ragazzi e lei lo ha schedato per tematiche. Abbiamo individuato tratti vicini a Proust, Pollock e artisti vari e abbiamo dato una sorta di codice, cercando di capire che cosa potevamo fare. Non potevo fare la solita tovaglietta, cavallo di battaglia del laboratorio, o altre cose che già facevano. Dovevo fare un salto, uno scatto di qualità, che fosse evidente.

La prima idea è stata quella di digitalizzare tutto, di prendere i loro frame e decontestualizzarli. Le potenzialità di questa strada sono apparse subito evidenti: qualcosa che lì per lì sembrava uno scarabocchio, digitalizzato e decontestualizzato diventa qualcos’altro… è una sorta di readymade.

Ho cercato dei materiali e dei supporti semplici, cose facili da reperire, ma che dessero alle nuove creazioni un aspetto diverso da quelle abituali del laboratorio di Made in Sipario.

La digitalizzazione mi ha permesso di usare i frame dei ragazzi su qualsiasi tipo di supporto… il tessuto, la plastica, addirittura la ceramica, i laminati…

Abbiamo cominciato prendendo un’immagine disegnata da un ragazzo e l’abbiamo stampata su un supporto di polipropilene, del costo di pochi centesimi, abbiamo fatto un archetto di metallo e dei piedi che lo sostengono ed è diventato una lampada con un valore completamente diverso dalla carta o dalle tovagliette plastificate. Ma non bastava fare questo, bisognava creare una sorta di collezione di oggetti che avessero tra di loro una logica di dimensione e di funzioni.

Questo ci ha permesso di realizzare una collezione di oggetti che mantengono l’anima di Made in Sipario, pur essendo un’espressione completamente contemporanea.

Ma qual è il vantaggio che rimarrà ai ragazzi? A mio avviso ci può essere una ricaduta propedeutica, didattica di tutto quello che è stato e verrà fatto. Potremo portare gli oggetti ultimati nel laboratorio e far vedere a chi ha realizzato il disegno qual è il risultato del suo lavoro. Ecco come il rapporto può diventare circolare: riportando al laboratorio quello che era stato preso dal laboratorio stesso. Ancora non abbiamo la collezione pronta, abbiamo solo dei rendering che però fanno capire lo spostamento di angolazione e di linguaggi.

Una collaborazione come questa, tra un designer e una piccola Onlus sociale non è semplice: si fa fatica perché ci scontriamo con le logiche della produzione… non è facile trovare qualcuno disposto a fare una piccola produzione o a credere in qualcosa che non dà garanzie… ma io sono sicurissimo che questo materiale avrà un futuro.

Ho cercato di mettere relazione due mondi apparentemente contrapposti: il mondo della “normalità”, dove tutto è regolare, e il mondo del disabile, che ha una creatività parallela, e che non ha quei condizionamenti che abbiamo tutti… i condizionamenti dei linguaggi dei Media, dei linguaggi del visivo di tutti i giorni. Siamo condizionati dalla mattina alla sera, da quando apriamo gli occhi, da tutta una serie di forme e colori, espressioni e linguaggi e questo ci porta a condizionare i nostri gusti, la nostra realtà espressiva. Il disabile ha invece una sorta di ingenuità e questa è stata una delle qualità che ho sentito subito e che mi ha convinto: capire che questi ragazzi lavorano con quell’energia istintiva che è anche la bellezza del gesto primigenio, l’atto fatto sull’oggetto, “sporcare” la cosa e farla diventare una cosa che prima non c’era,  questo mi ha subito catturato e devo dire che è ciò che mi incuriosisce tuttora che mi stimola ad andare avanti.

Ho disegnato di tutto in questi anni, su ogni tipo di supporto e ho disegnato per grandi gruppi… ma questa esperienza devo dire che ci voleva, perché è una sorta di percorso all’indietro, utile per recuperare i valori umani che la professione molto spesso non ci fa percepire, ma che sono il senso della vita e del nostro lavoro.

 

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